Cesare Ragazzi

scritto da Mentetropicale il giovedì, 27 novembre 2008,00:19
Cos’ha provato Marco Masini a tornare sulle scene dopo anni di anonimato? Tu scrivi Perché lo fai, pubblichi Malinconoia, sei all’apice del successo, riempi i palazzetti, e poi l’invidia, l’ignoranza, la cattiveria danno eco alla voce, alla maldicenza – Marco Masini porta più sfiga di un gatto nero che attraversa indenne un raccordo autostradale – che segnerà il tuo declino, gli album dimenticabili, le sagre di paese, il toupet.
Cesare Ragazzi, ovvero il baratro.
Ecco, diciamo che non ho mai riempito i palazzetti ma in questi due mesi non mi sono rifatto la chioma. Mi sono trasferito. Ho avuto la mia prima esperienza all’Ikea (e a trent’anni dire a una donna che non ci sei mai stato è peggio di confessare una malattia venerea), mi hanno rubato il navigatore, la borsa Freitag, il costume da bagno, una bicicletta, un maglione blu, mangio pasta in bianco con una frequenza insolita, fumo mezzo pacchetto di Marlboro, ho smesso con Youporn, e faccio chilometri in bici (quella nuova).
E poi?
E poi…
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Mt's new Address

scritto da Mentetropicale il sabato, 20 settembre 2008,20:00
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Rabbia

scritto da Mentetropicale il lunedì, 15 settembre 2008,19:40
Riccardo De Corato, (ex) fascista e vice sindaco di Milano, uomo d’ordine e di sicurezza, telecamere vigili di quartiere carabinieri col cono gelato, ha appena espresso la propria vicinanza alla famiglia del ragazzo ucciso la scorsa notte a sprangate dietro la stazione centrale. Le parole di De Corato sono di "personale solidarietà ai familiari del povero ragazzo italiano di colore che è deceduto dopo la deprecabile aggressione". “Povero ragazzo italiano di colore” – leggi NEGRO. De Corato, da missino merdoso, fascista e razzista qual è, non dimentica che le parole sono importanti, e le distinzioni pure.
“Povero”, un velo di pietas retorico, muore qualcuno e l’incipit deve essere necessariamente “povero”. Ma l’empatia è già finita, con quel “ragazzo italiano” si comincia subito a categorizzare, neanche fosse un testo di botanica, e non un messaggio di cordoglio istituzionale. E poi “di colore”, le parole che tradiscono, svelano una tradizione politica, un pensiero gretto, xenofobo, figlio di un’ideologia rinnegata a Fiuggi, scansata nei discorsi ufficiali, ma che ritorna, marchiando a fuoco quei maiali che se la portano appresso. Lui, e tanti altri come lui…
Hanno ucciso un ragazzo. Punto.
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Mi prenderesti?

scritto da Mentetropicale il sabato, 06 settembre 2008,21:10
L'annuncio chiedeva una presentazione dettagliata, e la casa dai tratti utopici (sei singole, tre ragazze due ragazzi, in centro a Milano, per 400€) sembrava valerla. Allora dopo il lavoro, ho aperto Word ripetendomi: devo essere brillante, brillante, brillante. Ma non mi veniva niente. Dopo mezz'ora e una decina di incipit cestinati, mi son deciso a prendere una moretti da 66 in frigo; d'altronde anche Hewingway, senza alcol, sarebbe invecchiato invidiando il protagonismo virile di toreri su arene assolate (e invece s'è suicidato, ma questa è, come si dice, un'altra storia).
Meglio, decisamente meglio, cestinate altre due o tre false partenze, ho finalmente scavalcato la prima riga. Alla fine ero soddisfatto, come coinquilino, mi sarei preso a scatola chiusa, anzi, stavo già pensando a cosa offrire come cocktail di benvenuto: sarebbero bastati gin e havana, oppure era meglio accontentare tutti, anche quelli che gli piace il curaçao? Con queste domande in testa mi sono addormentato felice.
Il giorno dopo, però, non è arrivata nessuna risposta. Le certezze calavano al passare delle ore, dubbi si insinuavano sottopelo: avrà partecipato il prossimo vincitore del premio Strega, scrivendo un'autopresentazione in alessandrini? ci sarà stato l'artista che avrà inviato un bozzetto? il sosia di Raul Bova (le ragazze si sa, sono volubili) / la sosia di Uma Thurman (gli uomini si sa, sanno ponderare le proprie decisioni)?
A oggi, passate più di quarantotto ore, ancora nessuna risposta, forse non controllano la posta, forse non affittano più la camera... L'importante è riconoscere i propri fallimenti... Vi terrò aggiornati.
Intanto potete dirmi che ve ne pare:

Cari 2ragazzi e 3ragazze,
candidarsi per un posto di coinquilino vacante non è una cosa semplice, voglio dire, che faccio, vi invio il curriculum? Ma no, dài, non si può fare. Allora penso alle caratteristiche del coinquilino perfetto: 1) che sia simpatico: diciamo che sono sopra Schifani e sotto Woody Allen, è uno spazio con pochi confini e molte incertezze, me ne rendo conto, per delimitarlo un po' potrei aggiungere che sorrido aperto, a volte addirittura prima di colazione. 2) che sia pulito. Coltivo un caos primitivo nella mia camera, ma l'accumulo di lanugine non lo sopporto, né nell'ombelico né altrove (così sembra che abbia in mente solo lo Swiffer, ma la retorica si sa, calca i toni…). Il bagno pulito. E lavo le pentole, cucino persino, primi dolci, sfiziose scatolette di tonno in insalata e kebab nel microonde. Ma sto divagando. Altre virtù del coinquilino ideale: la tolleranza, ce l'ho: non mi dà fastidio quasi nulla, il gatto che mi ha vomitato stamattina sul libro che stavo leggendo quello un pochino sì, ma insomma, credo sia condivisibile. La socievolezza: sono pronto a tutto, al cinema, all'aperitivo (uno sbagliato, pliiiss), alle fiction su Sky, e nel caso intrattengo anche la nonnina del piano di sotto. Non rubo dal frigo e non sono avaro, che uno dice be' chemmifrega, ma solo chi ha convissuto con un pidocchio lo sa che vuol dire, dovergli scucire i soldi per la carta igienica e temere per la propria marmellata. Che altro aggiungere? Che mi chiamo Igor, ho ventotto anni, un lavoro alla Mondadori e mi piacerebbe vedere la stanza.
A presto (spero)

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Le 64 caselle di Californication

scritto da Mentetropicale il domenica, 31 agosto 2008,00:18
Pensavo di esserne uscito, dal tunnel delle fiction, ma Dario e AmicoInz in vacanza incalzavano “Dexter, Dexter è un capolavoro”. Io ribattevo che sì, la prima serie l’avevo vista, m’era anche piaciuta, ma che sempre, a un certo punto, guardando un telefilm mi scatta la noia. Quando la ripetizione (il Dr. House che risolve un caso sempre grazie a un’intuizione geniale) ha il sopravvento sull’evoluzione della storia (prima o poi si scoperà la direttrice dell’ospedale?) smetto di guardarla. Perché nelle fiction c’è questo paradosso: le caratterizzazioni primarie dei personaggi, la zoppia e l’intuizione, ma anche l’essere un serial killer di serial killer (Dexter), o uno scrittore ossessionato dal sesso (Californication), più sono forti, delineate, originali, più insomma decretano il successo di una serie nei primi episodi, o nella prima stagione, tanto più saranno i colpevoli della ripetizione meccanica delle situazioni, dell’esaurirsi di tutte le possibili linee narrative, della morte del telefilm.
E questo è inevitabile, anche se ormai tutte le serie prevedono una storia principale che si evolve nella puntate (the Icetruck Killer in Dexter / il matrimonio dell’ex moglie in Californication) e una serie di storie minori che si esauriscono nel singolo episodio, o nel giro di poche puntate. Ma a volte la storia principale, il nervo narrativo che tiene insieme le 12 puntate della stagione, non basta alla tenuta della serie, e la fiction, da attesa dell’inaspettato in una cornice riconoscibile, si trasforma in accettazione passiva dell’ovvio.
(Si potrebbe poi discutere se il mondo della fiction, dato un numero finito di elementi di partenza, e quindi di un numero n di combinazioni possibili, possa essere un mondo aperto, o debba essere per forza un mondo chiuso.)(le fiction e gli scacchi, così diversi così vicini)

Solitamente sono noioso, ma toccare queste punte di noia… e pensare che il post doveva essere sul mio pomeriggio trascorso guardando le 12 puntate della prima serie di Californication, la serie con Duchovny, il protagonista indimenticato di X-Files. Serie dove “le parole sono importanti” e io l’ho vista in inglese, coi sottotitoli che non andavano, così, per essere proprio certo di non capire nulla che non avessi capito già dai cartelloni pubblicitari di Sky, ma vuoi mettere la soddisfazione…

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Meglio del gratta e vinci

scritto da Mentetropicale il sabato, 23 agosto 2008,19:54
Partecipa anche tu al concorso Prendi in casa Mentetropicale

Requisiti per partecipare:
• Abitare a Milano (meglio in zona Lambrate / Città Studi / Loreto / Centrale)
• Avere una stanza singola da affittare
• Essere simpatico/a, magari essere più d’uno, magari se ci sono delle ragazze meglio
• Offrire la camera a un prezzo compreso tra i 300 (credevo al comunismo, posso permettermi altre utopie) e i 500 € (oltre solo se assomigli alla Kournikova)

Cosa si vince:
• Mentetropicale tutto intero, in giro alle 8 del mattino prima della moka (e mi accorgo che detto così, sembra un premio di consolazione)
• Un ottimo commensale, soprattutto se cucinate voi (scherzo, scherzo, mi piace stare ai fornelli)
• Acquisti di libri della Grande Casa Editrice al 50% (Grazia, Donna Moderna gratiz / Confidenze no, quello lo riservo alla mamma)
• Un coinquilino con cui andare al cinema, alle mostre, a bere uno Sbagliato (non mi tiro mai indietro)

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Cinema (che non t'aspetti)

scritto da Mentetropicale il venerdì, 22 agosto 2008,00:59
Tornato dalle vacanze hai un senso di vuoto, nella tua camera tutto ti appare immobile, il poster di Lupo Alberto di quando avevi tredici anni, Le tigri di Mompracem di quando ne avevi otto. La polvere, quel granello di polvere luminoso che si staglia contro la finestra appare la cifra del tuo immobilismo (ma potrebbe essere un batuffolo di pelo di Arturo). Decidi di uscire, ma nel deserto di mezza estate non basta la volontà, servono delle idee. Al cinema all’aperto danno Il Divo. Bene, in vacanza Dario ne parlava bene, è l’occasione. Se il cosa fare è risolto, rimane sempre il con chi farlo. Gli amici sono ancora in vacanza, ricorro al telefonino, a volte funziona. Scorro la rubrica, lei non verrebbe, lei mi ha tolto il saluto, lui non lo vedo da sei mesi, finché non trovo la persona adatta: figura nota per non andare mai in vacanza, non avrà il coraggio di dirmi no. Le mando un messaggio, ma mi risponde che il giorno dopo parte per Parigi con l’ex fidanzato (???), si deve alzare prestissimo e quindi niente, “anche se sarei venuta molto volentieri”. 'Fanculo. Ma in casa non posso restare, la contemplazione del batuffolo di pelo ha ucciso più della roulette russa. Decido. Vado da solo, peccato che arrivato al cinema non ci sia più il cinema, solo nastri rossi e bianchi e “attenzione, palazzo pericolante”. Hanno spostato la sede e quella nuova non so dov’è, e poi ormai il film è iniziato. Mangio un gelato da solo e poi mi suicido oppure torno alla macchina e mi cerco un altro cinema? Mi cerco un altro cinema. Vado a Legnano, c’è la Sala Ratti, un cinema raccolto, ci proiettano film figli di una distribuzione minore, magari c’è qualcosa di interessante. Un Mikado orientale, un Fandango nascosto, resisterei persino al torpore iraniano. Parcheggio lontano dal centro, attraverso il Corso di famigliole felici, coppie che si abbracciano, mi fanno invidia persino i tamarri inchiodati alle panchine. E il cinema è chiuso. Per ferie o per sempre. Se mi suicidassi dovrei rinunciare a sfanculare il mondo, e sarebbe un peccato. C’è di che farsi del male, ma c’è un’ultima possibilità. A pochi chilometri dal centro di Legnano, visibile Leviatano che incombe sull’autostrada, c’è il multisala Medusa. “Non ci voglio più tornare” avevo detto l’ultima volta, troppo rumore, troppi tamarri, troppo costoso, troppe sale, troppi film del cazzo, troppo tutto. Ma tutto è comunque meno del batuffolo di pelo. E così eccomi davanti alla cassiera, che parla al microfono anche se tra noi ci sono meno di venti centimetri. Mi chiede: “uno solo?”. "Se dico uno è uno, altrimenti dicevo due, no?" Mi assale il dubbio che mischino Lexotan all’aria condizionata. Sorride compassionevole mentre mi passa il biglietto e finalmente comprendo la vera funzione del vetro divisorio: preservare dalle testate le cassiere cerebrolese. Poi, am Ende, Batman, fortuna che c'è il Joker.
categoria:piccolo paese, bastardo posto
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Il blog è morto, viva il blog

scritto da Mentetropicale il giovedì, 14 agosto 2008,19:17
Il blog è stato quasi ucciso dal superlavoro prefestivo e soprattutto da venti giorni di vacanza in Sicilia. A prestissimo, intanto mi vado a gode (come dicono i local) il falò ferragostano sulla spiaggia di Viareggio.
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Vasche

scritto da Mentetropicale il martedì, 15 luglio 2008,00:10
Riesco ancora a fermarti prima dell’ascensore. Per pochi minuti, per poche parole. Poi me ne vado, senza finzioni, urlandoti che mi fai sentire sempre uno stronzo. Esco e calcio una delle vasche in cemento, quei vasi tristi, fatti più per fermare le macchine che per contenere fiori. Lo colpisco sul bordo e comincia a oscillare, due, tre volte, e lo stupore sorprende la rabbia, mi calmo e tengo gli occhi fissi sul furgone parcheggiato lì davanti. Penso che lo colpirà, la plastica grigia del paraurti schianterà sotto il peso del cemento, la terra schizzerà in alto, sulle scarpe i pantaloni il marciapiede lì intorno. Ma non succede, la vasca torna a posarsi sull’asfalto, inamovibile. Invidio l’equilibrio inanimato delle cose.
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Sogni sulla navetta spaziale

scritto da Mentetropicale il lunedì, 16 giugno 2008,23:09

Sulla navetta che da Segrate mi riportava al centro di Milano mi sono addormentato. Ho sognato un sogno sulla voce pastosa e laminata di catrame di Leonard Cohen –  Dance Me to the End of Love. Non me lo ricordo, l’ho scordato subito, ma era sereno, non so se lei ci fosse, ma non c’era il suo rifiuto.

Mi sono svegliato vicino San Babila, per il trambusto di chi si preparava a scendere, pronto a correre verso la metropolitana. È stato il rumore, ne sono sicuro, ma mi piace pensare che il mio corpo ha preso questo nuovo ritmo. Al mattino si sveglia alle sette anche se ha dormito solo poche ore, e la sera sa di avere solo mezz’ora di sonno sul bus. L’ha registrato e sa di doversi risvegliare, anche se lo riempie un sogno felice. Il corpo sa tutto è il titolo di un libro che non ho letto: sa quando dormire, quando svegliarsi, quando baciare, quando fare l’amore. Quanto lei mi manchi.

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